Le bugie hanno le gambe lunghe

Tanto l’inventare le bugie quanto tendenza a prenderle per buone, sono caratteristiche molto umane.

Se poi le frottole sono particolarmente diffuse o consolidate nel tempo, la trappola diventa davvero difficile da aggirare: si finisce per crederci e basta.

Per questo la Storia è spesso segnata dal falso, si tratti di menzogne messe in giro per screditare qualcuno, di ingenue credenze popolari, di eventi negati contro ogni logica o di diaboliche “messe in scena”. Facciamo ordine in questo variegato universo di bufale e fake news.

Bufale e fake news in verità appartengono alla medesima categoria, le prime riguardano eventi del tutto inesistenti, inventati di sana pianta, le seconde  hanno una genesi molto più complessa ,che chiama in causa soprattutto i media. Questi, oltre a diffondere a volte le bufale, nutrono infatti un circuito di informazioni che possono presentare vari livelli di “adulterazione”. Si può trattare di notizie veritiere solo in parte o di eventi raccontati con prospettive distorte, magari manipolati a fini politici. Talvolta l’adulterazione di una notizia sta nel modo in cui viene presentata, enfatizzandone per esempio il carattere spettacolare e il clamore a scapito di un’analisi critica.

Oltre a ciò, le fake news tendono spesso ad alimentarsi e a legittimarsi vicendevolmente, creando l’impressione che dietro vi sia un qualche fondamento.

Il problema della distinzione tra autentico e falso ha origine già nei tempi antichi.

E si lega alla capacità degli storici di svolgere corrette indagini sulle fonti, sviscerando, organizzando e dando “consequenzialità logica” ai dati a disposizione. In epoca moderna, con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, la circolazione d’informazioni è divenuta più determinante nel condizionare idee e comportamenti collettivi. La propaganda ha così iniziato a contribuire sempre più all’esito dei conflitti bellici e politici.

Uno dei primi a rimarcarlo fu lo storico  francese Marc Bloch, che durante la Grande guerra annotò (ne La guerra e le false notizie) come il conflitto si stesse combattendo non solo con le armi, ma anche tramite le parole. Un altro studioso francese, l’antropologo René Girard, spiegò invece più tardi come le fake news giochino un ruolo strategico nel convogliare le paure collettive verso specifici soggetti, illustrando la teoria del “capro espiatorio”. Dietro a tali assurdità si celano spesso visioni ottusamente “complottiste”.

La teoria del complotto, se estremizzata, impedisce un’analisi lucida della realtà, denunciando ogni evento come demistificazione dei “poteri forti”. Il complottismo assume così la logica del fideismo: si crede in qualcosa partendo dal presupposto che tutto ciò che viene affermato dalle autorità è infondato . In questo modo si arriva a dar coerenza a ogni genere di falsità come la Terra piatta,  gli americani mai stati sulla Luna e la negazione dell’olocausto.

Se le fake news si presentano in genere come verosimili, le “negazioni” di realtà assodate appaiono da subito come fantasie deliranti, ma proprio qui si cela la loro forza. Più la menzogna è spudorata, infatti, e più per alcuni risulta seducente.

Il Web è uno strumento amplificatore di bufale e leggende metropolitane: ma potrebbe e dovrebbe costituire anche un ottimo strumento per “svelare”, le menzogne.

Teoricamente lo è, ma allo stesso tempo, in quanto contenitore gigantesco di una miriade di particelle informative che si muovono in modo anarchico, il Web tende a fare e disfare la Storia, proponendo versioni dei fatti diverse e apparentemente intercambiabili, senza che siano richiesti obblighi di verifica.

Non è un difetto dello strumento in sé, ma un effetto della mancanza di codici di significato condivisi, di scale di gerarchia riconosciute.

E così, anziché informare, il Web può tendere a confondere, dando peraltro all’interlocutore l’impressione di aver compreso tutto. La vera conoscenza si può acquisire però solo per gradi, non certo con l’estemporaneità di una ricerca in Rete.

In conclusione bisogna utilizzare le fonti come “attrezzi” e il confronto come “metodo di lavoro”. Ricordando – con le parole dello storico Gaetano Salvemini (1873-1957) – che anche se “non possiamo essere imparziali”, possiamo però essere “intellettualmente onesti e mettere in guardia i nostri lettori”.

(Fonte: articolo di Matteo Liberti su Focus n.153 del Luglio 2019)

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